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Visioni di Todi di Claudio Peri
Todi vista dal basso

Nel Luglio 2018 Armando e Laura, nel loro percorso di vacanza da Milano a Morolo (provincia di Frosinone) passarono a Todi per stare un po’ insieme alla loro amica Adele che con il marito Alessandro e il figlio Elie sia erano trasferiti da poco da Milano a Todi. Adele è mia figlia. Laura e Adele si conoscevano fin dai tempi del Liceo e ora si incontravano in un viaggio verso le origini delle rispettive famiglie, quella di Laura a Morolo (Lazio) e quella di Adele a Todi (Umbria). Conosco bene il fascino di questi ritorni al passato perché anch’io sono tornato dopo 50 anni da Milano, città della mia vita professionale, a Todi città natale mia e di mia moglie Teresa: siamo ambedue todini o tuderti DOC: la controversia sul nome degli abitanti di Todi è aperta e non c’è alcuna possibilità che venga risolta.

Conobbi così Laura e Armando che è autore di foto d’arte. Con loro due e Adele ci mettemmo in marcia per una visita alla città: io parlavo e raccontavo, loro guardavano e domandavano, ma mentre io, Laura e Adele facevamo gruppo, Armando si staccava continuamente da noi, rimaneva indietro o andava avanti, poi tornava, mi chiedeva qualcosa e si allontanava di nuovo. Era divertente: mi rendevo conto che un fotografo artista ha bisogno di scattare un numero esagerato di fotografie come se la realtà gli rivelasse attraverso l’obiettivo della macchina delle varianti che a occhio nudo non si percepiscono. Il mio racconto faceva solo da provocazione alla osservazione di Armando che poi continuava per conto suo con visioni a me sconosciute.  Al termine della visita discutemmo un po’ di tutto, ma soprattutto di Jacopone, grande poeta e mistico del XIII secolo. Intrigante coincidenza: Morolo si è costituita in città sotto la signoria dei Colonna, che erano stati i protettori di Jacopone e per volontà di Papa Benedetto XI, il Papa che aveva assolto Jacopone dalla scomunica di Bonifacio VIII. Ci dovrebbe essere dunque una certa simpatia fra Morolo e Todi.

Ci lasciammo infine con grande cordialità mentre mi chiedevo cosa avesse mai visto Armando con il suo continuo staccarsi dal gruppo e saltare a destra e sinistra, avvicinarsi a qualcosa o allontanarsene. Dopo qualche settimana mi mandò una selezione delle sue foto di Todi e io ci rimasi di stucco: in poco più di due ore Armando aveva visto tutto l’essenziale e anche di più. Le sue foto raccontano Todi come nessuna guida lo sa raccontare. Proverò a dire in sintesi qualcuna delle riflessioni che mi sono state suggerite dalle sue foto.

Prima riflessione: il ruolo dominante del tempio di San Fortunato

Armando è stato attratto dal tempio di San Fortunato al quale ha dedicato un’attenzione specialissima.

Egli ha intuito che quella chiesa era il monumento identitario della città. Ne ha investigato l’anima riprendendo la facciata imponente e severa e poi centrando in una immagine il meraviglioso portale e poi, dal centro del sagrato, osservando verso est e verso ovest i due palazzi del XVI secolo, che si fanno piccoli ai lati della grande chiesa, come due chierichetti che assistono il Vescovo ad una celebrazione solenne.


 Due visioni tangenti, “di sguincio” si direbbe a Todi, per enfatizzare la grandezza smisurata del tempio rispetto a quella dei due palazzetti rinascimentali. Infine c’è la foto scattata dal basso verso il campanile di San Fortunato bello, imponente e semplicissimo, che caratterizza la skyline di Todi, da qualunque orientamento e distanza si guardi la città. Con molto rammarico rinunciammo a vedere l’interno del tempio perché era chiuso.

Vista "di sguincio" della chiesa di San Fortunato
Altra visione "di sguincio" della chiesa di San Fortunato
La facciata di San Fortunato

Seconda riflessione: la sottile ironia del “pensiero divergente” di Armando

Armando usa la fotografia per esprimere talvolta una sottile ironia. L’ho capito osservando le sue foto delle altre due chiese monumentali di Todi: il tempio di Santa Maria della Consolazione e il Duomo. Queste due foto sono un modello esemplare del “pensiero divergente” di Armando. Esse propongono prospettive anomale.

Il tempio di Santa Maria della Consolazione

La Consolazione, tempio bramantesco del XVI secolo, è ripreso in una visione frontale che ne deforma le proporzioni e il Duomo che è proposto in una maliziosa visione “di sguincio” in cui ha il primo piano lo stemma di una famiglia nobiliare o di un Papa, a discapito della visione della facciata della chiesa.

Il duomo di Todi

Non ho resistito all’idea di considerare questa foto come la rappresentazione visiva delle proteste di Jacopone contro il potere temporale della Chiesa. Egli lo dice così:

«Vedo sbannita la povertate,

nullo è che cure si no ’n degnetate...»

 [vedo bandita la povertà, nessuno si cura se non del potere... ]

Nel confronto fra San Fortunato e le altre due grandi chiese di Todi, le foto di Armando hanno stimolato dentro di me un pensiero di cui non ero consapevole. San Fortunato è, nella sua nuda essenzialità, il modello ideale di chiesa francescana, mentre gli altri due suggeriscono un’architettura – e una religione – più elaborata e complicata, forse meno evangelica.


Statua bronzea di Jacopone da Todi

Terza riflessione: le simmetrie del “pensiero convergente” di Armando

Accanto alla visione laterale o “di sguincio”, ad Armando piace la visione opposta, quella frontale e simmetrica, millimetricamente centrata. Alcune sue foto rappresentano un modello di “pensiero convergente” su un centro focale esattamente definito, sono quasi un modello di geometria razionale: la foto perfettamente incorniciata del portale di San Fortunato, quella del chiostro del Liceo, la visione parziale e frontale delle fonti Scannabecco. Per questa ultima, si veda il confronto con la visione laterale delle stesse fontane, per comprendere come questi due modi, quello tangente asimmetrico e quello frontale simmetrico, sono due modi fondamentali per rappresentare la bellezza di una struttura architettonica.

 


Il chiostro del Liceo
Il frontale di San Fortunato
Vista "di sguincio" della fonte Scannabecco
Fonte Scannabecco
Vista prospettica della fonte Scannabecco

Quarta riflessione: i giardini segreti

La collina di Todi ha una struttura particolare: è una piramide a base triangolare che si innalza al centro di un gigantesco anfiteatro naturale che si estende fino alle montagne dell’orizzonte. Todi è circondata a 360 gradi da questa visione. Da qualunque finestra o terrazza o giardino della città ci si affacci, si ha la visione di un panorama che sale attraverso colline verdi fino alle montagne dell’orizzonte, azzurre per la lontananza. Todi ha moltissime visioni di questo tipo, ma, nel breve tempo a nostra disposizione, Armando ha potuto registrare soltanto un esempio: è l’orizzonte dei Monti Martani che si intravede attraverso gli archi di un giardino pensile di un palazzo rinascimentale (palazzo Pongelli). Siamo andati anche in un altro giardino segreto con una vista mozzafiato ad Ovest verso i Monti Amerini. Ma lì c’è stata un’interruzione dell’attenzione ai panorami perché Armando è stato attratto da un dettaglio e questa è la

Il giardino "segreto" di palazzo Pongelli
Particolare del giardino di palazzo Pongelli

Quinta riflessione: le tre età?

Eravamo nel giardino con la vista verso Ovest, quando tutta l’attenzione di Armando è stata attratta dai tre busti secolari in terracotta che ci guardavano da  un angolo del giardino. Non si sa cosa rappresentino, forse le tre età della vita: il vecchio barbuto potrebbe rappresentare la saggezza della vecchiaia. La giovane sorridente potrebbe rappresentare la bellezza della gioventù. E il signore ammiccante e un po’ brillo potrebbe rappresentare l’ambiguità dell’età matura. Ci sarebbe da discuterne per ore.


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Morolo - la Rocca dei Colonna

Monti Lepini Testo e foto di Armando Pezzarossa

Morolo - Monti Lepini orientali: 41°38’ 06.26’ N – 13°12’ 13.40’ 430 m/slm circa.

Queste sono le coordinate per localizzare Morolo sulla mappa geografica. Qualcuno potrà pensare che fornire queste indicazioni sia un vezzo, ma posso assicurare che in pochi conoscono questo piccolo e ameno paese. Ebbene, anch’io quando l’ho sentito nominare per la prima volta sono ricorso a Google Earth per localizzarlo e scoprire così l’esistenza di una piccola catena montuosa chiamata Monti Lepini ai cui piedi si sviluppa questo antico borghetto. Con un po’ di retorica verrebbe da dire che è proprio vero che l’Italia non smette mai di stupire. E in particolare l’Italia centrale è quanto mai ricca di realtà che hanno segnato la storia le cui tracce ne potrebbero fare oggi un vanto di straordinaria unicità. Un’Italia poco conosciuta e inaspettata. Fatico a credere che non esista un progetto complessivo per creare delle reti di valorizzazione di tali luoghi, considerato che nelle immediate vicinanze ci sono posti famosi come Fiuggi, Anagni, Alatri ecc.


Il centro storico di Morolo

Detto ciò, scoprire per un caso fortuito queste realtà è stata per me una sorpresa molto piacevole.

Arrivando da Roma o da Napoli si attraversa la piana del frusinate e ci si dirige verso Ovest dove i profili dei Lepini sono facilmente visibili. Passando per la grande pianura dove scorre il fiume Sacco, non ci si può non accorgere di come sia stata totalmente svilita da uno sviluppo industriale e urbano disordinato che oggi ha lasciato degrado e caos. Per molti aspetti sembra di ritrovarsi nelle estreme periferie dei grandi centri urbani della Lombardia o del Veneto. La prima impressione non è sicuramente delle migliori e si resta quantomeno disorientati. Si percepisce una sensazione di abbandono e di mancanza di cura del territorio.

Lasciamoci alle spalle quest’area e continuiamo il nostro cammino verso i Lepini, la cui vista subito rallegra lo sguardo.

La piana del fiume Sacco vista da Morolo
Panorama da un crinale secondario verso Ovest
Praterie su suolo calcareo dei Lepini

I Lepini fanno parte dei Monti Volsci nell’anti-appennino laziale e sono identificabili in due sotto-catene che scorrono parallele in senso longitudinale da Nord a Sud per una trentina di chilometri, dalla fine dei Colli Albani alla valle dell’Amaseno. Le due catene sono a loro volta collegate da valli interne e montagne secondarie.

Il crinale orientale guarda verso l’appennino centrale e si affaccia sulla già citata triste piana del Sacco, mentre quello occidentale guarda verso la piana dell’agro pontino (non meno triste per altri aspetti) e si affaccia direttamente sul Tirreno. Dalle vette più elevate, che raggiungono al massimo un’altitudine di 1536 mt del Monte Semprevisa, si scorge molto bene il blu scuro del mare che delimita la costa distante in linea d’aria meno di venti chilometri. Dalle alture, nelle giornate più limpide, la vista spazia sino al promontorio del Circeo e, ancor più in là, alle Isole Pontine.

Formati in buona parte da roccia calcarea e dolomia della placca abruzzese-laziale, i Lepini presentano importanti fenomeni carsici come doline, grotte e pozzi fra i più interessanti dell’appenino centrale. I versanti si presentano spesso intrecciati fra di loro con estesi altipiani, come quello di Santa Serena, e impervi valloni ricoperti da fitti boschi termofili con specie arboree e arbustive mediterranee e foreste montane umide dell’area atlantica. Il suolo calcareo si caratterizza per una vegetazione erbacea punteggiata da decine di specie di orchidee selvatiche che arricchiscono un quadro vegetazionale variegato ed interessante.



Versante occidentale dei Monti Lepini
Cavalli al pascolo brado

Da appassionato di natura, forse l’aspetto che più di ogni altro mi ha colpito di questi luoghi, è la connotazione quasi ancestrale di alcune peculiarità del territorio: la pastorizia ancora allo stato brado di cavalli e Vacche Podoliche, le foreste di faggi ciclopici e di immensi aceri montani, querce colonnari, tigli, carpini neri secolari e anche qualche raro tasso (Taxus baccata); la nidificazione dell’aquila reale e del falco lanario; la presenza del lupo, nonché la presenza di coleotteri rarissimi che vivono soltanto nelle foreste più antiche e meglio conservate, come la Rosalia alpina.  La vegetazione annovera inoltre dozzine di specie di fiori spontanei come le orchidee che punteggiano la roccia calcarea con centinaia di esemplari.
Coleottero cerambice - Rosalia alpina
Faggio secolare - Fagus sylvatica spp.
Acero opalo - Acer opulifolium neapolitanum
Fioritura di ciclamini - Cyclamen repandum
Valle dell'Angelo
Fioritura di Anemone hortensis
Fioritura di orchidee selvatiche Orchis provincialis
Il versante orientale dei Monti Lepini
Flora fungina sul Monte Sprone Maraoni
Valle dell'Angelo

E’ stato sorprendente salire su questi monti e trovare aculei di istrice fra lecci e lentischi e poi all’improvviso esserci ritrovati immersi in buie foreste di latifoglie ricche di funghi e licheni ad immaginare che un manipolo di briganti dai tipici calzari (le ciocie) potesse fare da un momento all’altro la propria comparsa nella nebbia.

Faggeta

Il patrimonio naturale di queste montagne è straordinario e meriterebbe un’azione di protezione volta ad arricchire il territorio di pari passo al considerevole patrimonio storico e culturale presente in tutta la zona.
Sulle prime pendici della catena dei Lepini si sono sviluppati nei secoli passati, come nel resto dell’Italia centrale, piccoli borghi di origine medioevale, nati intorno a strutture fortificate e castelli di cui oggi restano alcune tracce. Per quanto di mia conoscenza l’unico conservato nella sua quasi totale interezza è il noto Castello Caetani a Sermoneta sul versante occidentale, a pochi chilometri dal meraviglioso Giardino di Ninfa e dall’Abazia di Valvisciolo.
Anche Morolo, che insieme a Gorga, Sgurgola, Supino e Patrica forma la cintura di borghi del versante orientale dei Monti Lepini, è nato intorno al castello che fu dei Colonna, potente famiglia feudataria il cui nome dal 1400 ricorre nelle cronache del tempo. Oggi rimane una piccola porzione della Rocca, restaurata al fine di consolidarne i resti, mentre della torre annessa ormai restano solo i ruderi, colonizzati da fichi, edere e rovi.

L'esbosco fatto con i muli

Nei vicoli del paese antico si legge una storia di emigrazione e abbandono che fu comune a tutta la Ciociaria e, più in generale, con differenti sfumature a tutte le aree montane e sub-montane economicamente depresse. Nei ricordi di alcune persone ormai mature, che ho avuto modo di conoscere, compaiono spesso storie di bambini e bambine mandate sulla montagna a governare le greggi, di fatica immensa e di emigrazione per cercare “fortuna” altrove.


La Piazza centrale di Morolo ai primi del 900
Primi anni del 900
Morolo nel primo dopo guerra Foto dell'archivio personale di Luigi Bauco
Morolo nel primo 900 Foto dell'archivio personale di Luigi Bauco
Morolo negli anni trenta del 900 Foto dell'archivio personale di Luigi Bauco
Morolo nel primo 900 Foto dell'archivio personale di Luigi Bauco
Morolo nel primo 900 Foto dell'archivio personale di Luigi Bauco

L’industrializzazione realizzata negli anni del boom economico attraverso la Cassa del Mezzogiorno che portò in quest’area aziende chimiche, farmaceutiche e automobilistiche (ad es. la Fiat a Cassino), completò lo spopolamento della montagna e poi delle terre basse  già in atto dagli inizi del 900. La “cultura della ciminiera” era molto forte in quegli anni e si vedeva soltanto in quel sistema un’alternativa per il progresso socio-economico.

Così, in un mutato quadro economico i paesi della zona, fra cui Morolo, sono andati via via morendo. Passeggiando per i vicoli non si finisce di contare i cartelli “vendesi” che abbondano nella speranza di richiamare qualche improbabile acquirente. Molte nuove case sono invece sorte a macchia d’olio su tutta la piana e ai piedi dell’antico paese, in quella che un tempo era una povera ma florida campagna.

Nonostante le difficoltà, i legami dei morolesi con le proprie tradizioni e la propria storia rimangono forti. Infatti, continuano a perpetuare feste religiose e sagre che tengono vivo quel che rimane del tessuto sociale della comunità.

Le Infiorate per i vicoli di Morolo Foto di Luigi Bauco
La preparazione delle Infiorate Foto di Luigi Bauco
Particolari delle infiorate Foto di Luigi Bauco
Le Infiorate per i vicoli di Morolo Foto di Luigi Bauco
Ultime rifiniture alle infiorate Foto di Luigi Bauco

Morolo conserva ancora parecchi scorci interessanti, soprattutto per chi come me viene dalla città e ritrova una dimensione estremamente umana sia nelle relazioni con gli altri che nell’urbanistica. A Morolo il saluto anche fra sconosciuti è consueto e gli abitanti sono solitamente cordiali e divertenti. Morolo è un posto che trovo autentico, anche da un punto di vista architettonico con i suoi vicoletti impraticabili alle auto, le scalinate, le chiese (quelle aperte), le cappellette votive, i fiori appesi all’esterno delle case, le case abbandonate e i murales che arredano la piazza principale.

Feste popolari ciociare - agosto 2019
Balli popolari ciociari - agosto 2019 Notare le tipiche calzature: le ciocie - da cui il nome ciociaria
Balli popolari ciociari - agosto 2019
Sbandieratori di Carpineto Romano a Morolo 2019
Balli popolari ciociari - agosto 2019
La processione di San Rocco - agosto 2019
La processione dell'Assunta - agosto 2019

In ultimo, ma sicuramente al primo posto fra i motivi d’interesse che ho trovato a Morolo, è la “bottega- rifugio” (mi perdonerà il termine) del signor Bauco. Luigi è un gentile signore, grande camminatore e amante della natura che nella sua bottega ha di fatto costruito un archivio storico del Paese. Conserva infatti una splendida collezione di foto in bianco e nero (che mi ha gentilmente prestato per correlare questo articolo), che va dall’inizio del secolo scorso ai nostri giorni oltre a una collezione di strumenti da lavoro, anche fotografici e tantissime foto di scorci nuovi e antichi di Morolo incastonate in cornici e cornicette dalle più svariate forge costruite per lo più con materiali di recupero. Per non parlare poi dei presepi natalizi costruiti in mille modi e altrettante proporzioni. Ma l’abilità manuale di Luigi non si ferma qui. La bottega ospita un plastico della piazza centrale con la Chiesa di Santa Maria, il Comune con i suoi uffici e la fontana perfettamente ricostruiti. A stupire non è solo la precisione dei dettagli, ma l’idea di montare su sagome in scala le fotografie delle personalità pubbliche del paese, come il sindaco, l’assessore, il postino, l’agente di polizia locale, il parroco... Una sorta di teatro virtuale, dove la vita, soprattutto politica del paese è argutamente osservata e commentata con l’ausilio di cartelli che vengono tolti o aggiunti a seconda del variare della sceneggiatura, ossia della fase politica in corso. Insomma, ogni qualvolta che mi reco a Morolo, scambiare due chiacchere con Luigi nella sua bottega di memorie è veramente un piacere.


Il Signor Luigi Bauco nella sua bottega
Il Signor Luigi con il suo archivio
Il Signor Luigi e i suoi presepi
Il Signor Luigi Bauco nella sua bottega

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Spagna: La Riserva Naturale della laguna di Gallocanta

GALLOCANTA - la laguna delle gru

di Silvio Pirovano e Orietta Pioli 

In 2 ore di volo low-cost da Milano arriviamo a Saragoza nella Spagna cento-settentrionale, per poi raggiungere in un'ora circa di automobile il pueblo di Gallocanta.

Con ancora nelle orecchie i rumori della metropoli, ci troviamo all'improvviso in un grande altopiano dove gli unici “rumori” sono quelli della natura: lo sguardo non trova ostacoli fino all'orizzonte e il luccicare delle stelle non viene offuscato dall'inquinamento luminoso.


la Riserva Naturale di Gallocanta

Introduzione

La Riserva Naturale di Gallocanta si estende per circa 1.500 ettari all'interno di un grande altopiano a circa 1.000 metri di quota, circondata da un paesaggio agricolo ancora tradizionale che si integra armonicamente con macchie di bosco, steppe, praterie e zone umide.

Il cuore della Riserva è una grande laguna salmastra creata da alcuni torrentelli che apportano continuamente sali minerali dalle colline che incorniciano l'altopiano.

La salinità dell'acqua favorisce lo sviluppo di vegetazione igrofila e di macrofauna particolari, che consentono la presenza di specie superiori adattate a questi ambienti.

Un altro fattore che condiziona la presenza della fauna è dato dalle forti escursioni di livello dell'acqua, che in base alle stagioni privilegia alcune specie a discapito di altre.

Comunque, in qualsiasi stagione non manca mai qualche rara sorpresa, soprattutto nei periodi migratori, essendo la Riserva un punto strategico per l'avifauna che - dai luoghi riproduttivi del nord Europa - supera i Pirenei per raggiungere i siti di svernamento nella penisola iberica.

Il paese di Gallocanta dal versante opposto della laguna

la Riserva Naturale di Gallocanta

l'ambiente

La rotta migratoria occidentale è percorsa in particolare dalle gru che dalle aree di riproduzione dei paesi scandinavi, baltici e in genere del nord, hanno trovato il luogo ideale di svernamento nella penisola iberica.

In particolare, Gallocanta e le “savane” (dehesas) dell'Estemadura ospitano d'inverno buana parte della popolazione europea di gru cinerina.

Da ottobre, centinaia di migliaia di gru nelle caratteristiche formazioni a “V” scendono dai Pirenei per disperdersi nei luoghi preferiti della Spagna. Mentre buona parte delle gru, una volta raggiunta la Spagna, si disperde soprattutto nelle grandi pianure alberate dell'Estremadura e in altre zone agricole idonee, a Gallocanta le gru trovano un connubio ideale per soddisfare le esigenze trofiche della specie: grandi spazi aperti, attività antropiche limitate, zone agricole adatte per l'alimentazione e siti tranquilli per la sosta e il riposo notturno.

Migliaia di gru riposano nelle steppe ai margini della laguna

la Riserva Naturale di Gallocanta

La gestione

Inoltre, l'efficiente gestione della Riserva Naturale ha favorito ulteriormente la sosta delle gru: divieto assoluto di costruire impianti eolici, divieto di sorvolo, accordo con gli agricoltori per indirizzare le colture più compatibili, ripristino degli ambienti naturali e regolamentazione delle attività turistiche e ricreative.

Gallocanta, Bello e Tornos sono i tre principali pueblos che troviamo all'interno della Riserva.

Il progressivo spopolamento della zona, con il conseguente abbandono delle campagne, dovuto all'emigrazione dello scorso secolo, ha favorito il graduale ripopolamento della fauna selvatica.

L'istituzione dell'area protetta, impedendo eventuali manomissioni e favorendo le presenze faunistiche, ha però consentito l'avvio di attività economiche legate ad un turismo compatibile e rispettoso degli equilibri ambientali.

Locande, alberghetti e ristoranti, ricavati dal restauro di vecchie strutture agricole, ospitano un numero sempre più crescente di appassionati birdwatcher provenienti da tutta Europa, attirati da uno spettacolo ornitologico unico e irripetibile.

Impagabile è lo spettacolo delle gru che al tramonto ritornano dai campi, dove si sono alimentate, per riposare nella laguna.

Il loro arrivo è preannunciato dal vociare inconfondibile che preannuncia stormi all'apparenza interminabili che scendono nei canneti e nelle steppe che circondano la laguna. E' normale contarne cinquantamila, anche se ne sono state censite più di centomila in giornate invernali particolarmente favorevoli.


Le gru rientrano alla sera dopo le escursioni alimentari

la Riserva Naturale di Gallocanta

la visita della Riserva

Per visitare la Riserva l'Ente gestore ha predisposto un itinerario percorribile in macchina che tocca i punti più interessanti e significativi.

Alcuni capanni di osservazione consentono anche di scattare buone fotografie e di osservare con tranquillità la fauna acquatica. Le multe sono salate per chi esce dal percorso e tenta di avvicinarsi alle gru fuori dalle piste consentire.

Per i fotografi più esigenti è consigliabile recarsi presso il Centro di Interpretazione della Riserva, ove è possibile prenotare capanni fotografici da 2 posti e naturalmente ricevere tutte le informazioni utili. Visto il basso costo dell'utilizzo giornaliero dei capanni è altamente consigliabile prenotare il loro utilizzo qualche mese prima del viaggio attraverso il sito dedicato: hidesgallocanta@aragon.es

Presso il paese di Gallocanta si trova anche un interessantissimo museo ornitologico ove si possono acquisire ulteriori informazioni sull'ambiente naturale e su tutte le specie che frequentano la l'area protetta nei vari periodi dell'anno. Sempre a Gallocanta, si trova una caratteristica e accogliente locanda ove è possibile pernottare e mangiare a un prezzo modico. L'albergo Allucant (info@allucant.com) è anche dotato di un'ottima biblioteca naturalistica, i gestori sino appassionati naturalisti e sono un'ulteriore fonte di informazioni.

E' comunque impagabile svegliarsi al mattino e far colazione con il verso delle gru di sottofondo, per poi attraversare la strada e imboccare a poche metri l'itinerario di visita.

Come già accennato, il periodo migliore per la visita va da ottobre a marzo.

In inverno, con l'abbassarsi delle temperature, arrivano con le gru diverse specie di uccelli svernanti. In particolare, numerose sono le anatre di superficie, le volpoche, diverse specie di ardeidi e limicoli, che approfittano della salinità della laguna, che impedisce il congelamento dell'acqua.


Otarde
Pittima reale

Interessanti sono anche i 2 periodi migratori, per avvistare soprattutto rapaci come il biancone, il nibbio bianco, l'aquila imperiale, l'aquila minore, l'aquila di Bonelli, il grifone, ecc.


Aquila del Bonelli
Grifone

Alla fine dell'inverno, le gru danno spettacolo con le loro danze nuziali, prima di partire per i siti riproduttivi e le otarde - che si possono vedere molto da lontano in altri periodi - iniziano le strabilianti parate di corteggiamento nei campi agricoli attorno alla laguna, diventando meno elusive, perciò più a portata di teleobbiettivo.

E' anche il periodo in cui le prime orchidee e la flora spontanea cominciano a colorare le praterie e le zone coltivate: pernici rosse, galline prataiole, ganghe, upupe, strillozzi e diverse specie di alaudidi animano questi ambienti, ricchi di insetti succulenti e di graminacee appetitose.


Upupa
Strillozzo

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Kenya: RISALENDO IL TANA RIVER di Lorenzo Marchetti

Il Kenya è un paese straordinario per molti versi, dove convivono pacificamente oltre 50 tra etnie e gruppi culturali diversi. Uno dei pochi luoghi al mondo dove religioni che ovunque si scontrano o soffrono di attriti violenti, offrono, pacificamente affiancate, conforto e spiritualità ad una popolazione eterogenea che non conosce il razzismo. Tutto ciò avviene, non senza difficoltà, povertà e gravi carenze, in un territorio formato da decine di vasti ambienti fra i più diversi e spettacolari del globo, molti dei quali incontaminati e con presenza umana quasi nulla. In Kenya vi si trova tutto ciò che un appassionato di natura possa desiderare, dalla costa marina alla savana, dalle zone acquitrinose agli altopiani, dalle foreste alle cime innevate, deserti, laghi, fiumi, vulcani e tanto altro ancora. Così, anche dopo tanti anni passati ad esplorare questo meraviglioso paese, c’è sempre il tempo di stupirsi, con nuove sensazioni e nuove esperienze. Nel corso quindi di un mio viaggio, un caro amico italiano mi ha offerto la possibilità di una escursione unica, risalire il fiume Tana River dalla sua foce, con una barca con la quale abbiamo percorso ca. 35 miglia indimenticabili.

IL FIUME Tana River  

Il Tana River è uno dei fiumi più importanti dell’Africa equatoriale, il più lungo del Kenya con i suoi oltre 800 km. Nasce alle pendici del Mount Kenya e si getta nell’Oceano Indiano, nella Ungwana Bay. Lungo il suo percorso hanno trovato asilo popolazioni molto diverse tra loro, provenienti anche da luoghi assai lontani, che si sono stabilite nei pressi delle sue rive per via della presenza rassicurante di acqua dolce in tutte le stagioni dell’anno. Tra queste gli Orma (http://en.wikipedia.org/wiki/Orma_people)e i Pokomo) (http://www.tribes.co.uk/countries/kenya/indigenous/pokomo ), che oggi convivono a stretto contatto nella zona della foce, e che abbiamo avuto modo di conoscere anche se in modo purtroppo superficiale. Ma cominciamo dall’inizio...


Kenya Tana River

PRIMO GIORNO


Con il mio amico e compagno di viaggi Luigi, fermi da un paio di giorni a Malindi per riposarci da un emozionante safari di sei giorni nei parchi dello Tsavo Est e Ovest, siamo stati raggiunti da Federico e Laura, persone squisite (ed espertissime!) che vivono ormai da diversi anni in Kenya. Al piccolo gruppo si è aggiunta un’altra amica, Sarah, che lavora a Malindi nel settore turistico, siamo quindi partiti di buon mattino con un Land Cruiser (necessario il 4x4 per alcuni passaggi sulla sabbia). La strada è quella della costa, che risale da Mombasa verso la città-isola araba di Lamu, per poi proseguire a nord verso la Somalia. Asfaltata per un buon tratto, ma con alcune buche con effetto “triangolo delle Bermuda”, siamo giunti al fiume in poco più di un ora e mezza. Da lì parte una buona pista, che attraversa alcuni piccoli villaggi e che arriva fino alle dune che circondano la foce, dove siamo stati accolti in un piccolo ma affascinante lodge, quasi del tutto invisibile perché immerso nell’ambiente, ma dotato di ogni comfort e della tipica calda accoglienza locale, il “Kipini lodge”. Siamo a ridosso della stagione delle piogge, il caldo umido si fa sentire e si ha subito una forte sensazione come di attesa, come se tutta la natura, gli animali e anche gli uomini si stiano preparando a questo momento fondamentale di “periodica rinascita”. Dopo aver ammirato la baia con le lingue sabbiose delle ultime anse del fiume dalle ombreggiate verande dei bungalow del lodge, abbiamo pranzato e ci siamo mossi in auto per un giro nei dintorni, con una visita ad un piccolo villaggio degli Orma, accompagnati da un ragazzo della loro etnia che funge da guida. L’incontro è cordiale, al villaggio quasi solo donne, gli uomini sono tutti impegnati nel condurre il bestiame tra il fiume e gli ultimi distanti pascoli in attesa della rigeneratrice pioggia. 

Al centro della piana, circondata da boscaglia di palme, un folto gruppo di zebre e di topi (Damaliscus lunatus ). Intorno visioni più fugaci di altri mammiferi, tracce evidenti e recenti di elefanti e, costante del nostro viaggio, un numero spettacolare di uccelli, decine e decine di specie. L’ambiente è particolare e vale certamente la visita, ma è lungo la strada che viviamo un momento davvero unico e indimenticabile. In attesa delle piogge le popolazioni locali, soprattutto i pastori con il bestiame, appiccano volontariamente moltissimi incendi. La vegetazione secca brucia con forza e velocità inaudite, e di solito gli incendi si autolimitano, perchè incontrano zone talmente aride da non alimentare più le fiamme. Uno di questi focolai era proprio sul bordo della pista, e con nostra sorpresa numerosissimi uccelli, soprattutto gli stupendi gruccioni purpurei (Merops nubicushttp://en.wikipedia.org/wiki/Northern_Carmine_Bee-eater ), volteggiavano in mezzo e intorno ai fumi catturando i tantissimi insetti in fuga. Uno spettacolo! Ci siamo fermati e abbiamo provato a scattare delle foto che rendessero l’atmosfera, ma tutti gli uccelli erano impegnati in un continuo sfrecciare, in frenesia da cibo, difficilissimi da inquadrare.

Intanto le fiamme, ogni qualvolta raggiungevano un arbusto o una palma, salivano immediate e violentissime fino a 30 metri di altezza, costringendoci a continui spostamenti (a esser sinceri andrebbero chiamate “fughe”...) da un calore insopportabile e pericoloso. Siamo rimasti sul posto per circa mezzora, fino all’apparente esaurirsi dell’incendio, con immagini davvero impressionanti negli occhi e qualcuna anche sul sensore. La sera, tornati al campo, ci siamo goduti il tramonto, una cena di ottima qualità italiana, e abbiamo avuto modo di confrontare le nostre sensazioni intorno al fuoco.


Kenya Tana River

SECONDO GIORNO

The Queen of Africa è il nome della barca che ci porterà lungo il fiume per tutto il giorno. Piatta, stabile. adatta ai fondali bassi a con un fuoribordo da 55 cv, la barca è stata caricata al mattino presto con le provviste, con noi salgono tre ragazzi che si occuperanno amorevolmente del nostro pasto. L’entrata del fiume è maestosa, in contrasto con le piccolissime e insicure piroghe scavate in un solo pezzo dai tronchi di palma, che scorgiamo lungo le rive. C’è un po’ di movimento, qualche pescatore incurante dei coccodrilli fa misero raccolto di pescetti con la classica rete da riva, tirata ai lati con l’aiuto di due bastoni. 

Molto presto però rimaniamo soli, in uno spettacolare scenario di mangrovie e foresta che circondano il fiume su entrambi i lati. Il motore gira tranquillo, e la velocità è minima e costante, navighiamo in favore di marea crescente ma contro la corrente del fiume. Il sole è ancora basso, la luce buona anche se solo una riva ne rimane illuminata; più tardi il tendalino teso sopra le nostre teste si rivelerà davvero prezioso. Fin da subito abbiamo cominciato ad avvistare un numero impressionante di uccelli, con una concentrazione di aquile pescatrici (Haliaeetus vocifer, http://en.wikipedia.org/wiki/African_Fish-eagle ) straordinaria, in pratica una coppia ad ogni ansa. Pur viaggiando e fotografando da tanti anni Luigi ed io non possiamo certo considerarci esperti bird-watcher, fortunatamente ci è venuto in aiuto Federico, preparatissimo, e malgrado ciò ci siamo tutti rammaricati di non aver con noi la “bibbia” (Uccelli del Kenya e del nord della Tanzania). Gli avvistamenti sono davvero straordinari per qualità e quantità, alla fine della giornata abbiamo conteggiato approssimativamente 120 specie, sicuramente per difetto! Nelle foto ho inserito alcuni degli incontri più eclatanti, non ne faccio però una cronaca per non annoiare. Il paesaggio subisce variazioni continue, sulla riva si passa dalla foresta alle mangrovie, dai prati alla sabbia, dal bush ai terreni bruciati dagli incendi di cui ho già parlato. E, come in un percorso naturalistico “ordinato”, ad ogni variazione anche piccola dell’habitat cambiano le specie di uccelli, con le costanti solo delle aquile e degli altrettanto maestosi aironi golia (Ardea goliath, http://it.wikipedia.org/wiki/Ardea_goliath  ), anche loro presenti lungo tutto il percorso a presidiare ciascuno un settore del fiume. Avvistiamo i primi ippopotami, mentre numerosissimi sono i coccodrilli che quando ci avviciniamo scivolano silenziosi nelle acque limacciose, e questa visione ci ricorda e ammonisce che in quelle acque “non si è mai soli”... Le ore passano veloci e il sole è ormai alto quando giungiamo ad una grande spianata; in prossimità di un capanno lasciamo a terra i ragazzi che organizzano il pranzo, non senza provocare il leggero fastidio dell’aquila che utilizzava proprio il tetto del capanno come posatoio. Noi invece proseguiamo ancora per una decina di minuti, il tempo di raggiungere un altro scenario spettacolare rappresentato da centinaia di ippopotami, pressati l’uno sull’altro in gruppi omogenei come non li avevo mai visti prima. La compattezza di tali gruppi ci ha indotto a pensare ad un meccanismo di difesa efficace contro i coccodrilli, che in zona sono davvero enormi. I gruppi non si scompongono neppure al passaggio ravvicinatissimo di una canoa con due pastori, che ben sembravano conoscere il mite comportamento degli ippopotami. E’ tempo di pranzo, la terra ferma sembra ondeggiare un po’ dopo tante ore sull’acqua, e un po’ di riposo senza il rumore del motore è davvero benvenuto. Presto è però ora di tornare, raccogliamo ogni piccola traccia del nostro passaggio e ripartiamo, stavolta in favore di corrente, verso il mare. E’ pomeriggio, l’orario quello in cui i pastori, di ritorno dagli sparuti e secchi pascoli, portano il bestiame all’abbeverata. 

Così vediamo notevoli mandrie di vacche che si avvicinano al fiume, i pastori le anticipano per controllare la presenza di coccodrilli, entrano persino in acqua per primi... A noi non è sembrata un’idea geniale, ma evidentemente si sentono sicuri (e quelli meno sicuri poi non lo raccontano a nessuno...). Il bestiame non entra disordinatamente nel fiume, ma forma lunghe file, tutti i capi vicinissimi alla riva, loro sì che la sanno lunga...  La discesa verso il mare è più veloce in favore di corrente, più difficile rallentare e fermarsi per fotografare il continuo susseguirsi di uccelli lungo le rive e in volo sopra di noi, sterne, limicoli, aironi, falchi e altri rapaci, gruccioni, rondini, cicogne, oche, tessitori e, davvero il caso di dirlo, chi più ne ha più ne metta.  L’arrivo alla foce è spettacolare, si sta formando la luce calda del tramonto e il mare si apre bellissimo davanti a noi; si è alzata una leggera brezza, qualche spruzzo ci bagna piacevolmente e intorno a noi alcune barche di pescatori, i caratteristici dhow (barche arabe a vela latina), si apprestano a muoversi. Scendiamo sulla spiaggia di fronte al lodge, e con una breve camminata raggiungiamo l’unico punto del Kenya dove, per una particolare disposizione geografica della grande baia, si può ammirare il tramonto sul mare (siamo sulla costa est dell’Africa!). Una doccia “vitale” ci attende, poi intorno ad un fuoco con un mix di succo di mango e vino bianco (delizioso ma in grado di stendere un rinoceronte...) e infine una inaspettata quanto graditissima cena a base di squisiti crostacei. Abbiamo ringraziato il cuoco ma soprattutto Laura, che essendo intollerante ai crostacei ci ha lasciato la sua parte di aragosta. Inutile dire che per una compagna di viaggio si fanno questi sacrifici senza fiatare... Non ricordo bene come sono arrivato fino al letto, so che alzando la testa ho creduto per un attimo di poter toccare la via lattea, da quanto era vicina, ma forse ero un po’ stanco...

 

Kenya Tana River

TERZO GIORNO

E’ il momento di ritornare a Malindi, potremmo prendercela comoda ma decidiamo di muoverci in mattinata e di fare una deviazione. Raggiunta la strada asfaltata troviamo un bivio, a sinistra per Mombasa, a destra per Garissa, città nell’interno del Kenya, anch’essa sul Tana River. Una cinquantina di km. (ahimè l’asfalto è durato troppo poco) e raggiungiamo la Tana River Primate National Reserve,  luogo di residenza del red colobus e del crested mangabey, due scimmie rarissime ed in pericolo di estinzione. Alla riserva sono così abituati alle visite di turisti che... devono chiamare il comando centrale a Mombasa per sapere quanto farci pagare di fee d’ingresso e non hanno nemmeno un blocchetto di ricevute! Siamo in effetti oltre il confine del “Kenya turistico”, e qui prendiamo più consapevolezza che anche che gli ultimi due giorni passati sono stati altrettanto “esclusivi”. Superate le difficoltà burocratiche (utilissima Laura che, sempre con modi gentilissimi e pazientissimi, anche solo lasciando intuire che parlava lo Swahili perfettamente faceva guadagnare punti a tutto il gruppo) ci addentriamo in una boscaglia sempre più densa (e umida!) fino a raggiungere di nuovo la Riva del Tana River, ca. 90 km. a monte della foce. Rimaneva un unico piccolo problema... 36 gradi centigradi con umidità intorno al 90%... Qui onestamente si sono avute due posizioni nette: Federico e Luigi hanno alzato le macchine fotografiche a caccia dei simpatici primati che ci svolazzavano intorno sui rami più alti degli alberi, io invece ho alzato... bandiera bianca! Maremma che caldo! o meglio, Tana che caldo! 

Il ritorno sul fuoristrada aperta ai lati ci ha rinfrescato fino ad un provvidenziale autogrill (baracchino di fango e paglia lungo la strada ma, udite udite... con frigorifero e bibite!). A Malindi giusto il tempo di un saluto, Federico e Laura di corsa a godersi i giorni rimanenti della loro vacanza, Sarah un po’ preoccupata per ciò che l’attende in ufficio il giorno successivo ed io e il mio amico Luigi già con il pensiero al volo che di lì a due giorni ci avrebbe riportato in Italia. Però, al contrario di quanto rimpianto dal replicante Roy Batty..., nulla di questi ricordi andrà perso.