via Boscovich 14, Milano
20145
Italia
La vegetazione di Carvignone
La storia vegetazionale del Parco Adamello e di conseguenza quella del bosco di Carvignone, è lunga e complessa. E’ una storia segnata in origine dall’evoluzione naturale e successivamente dall’insediamento dell’uomo nelle valli alpine e da tutto ciò che ne è conseguito dal Neolitico alla Repubblica di Venezia, dalla presenza austriaca a quella napoleonica fino alle due grandi guerre mondiali, sino ai giorni nostri.
Già all’inizio del 1900 , i rilievi per la maggiore parte e ad eccezione di quelli più impervi, erano pressoché privi di vegetazione forestale. Allo stesso modo tutta la montagna che comprende Carvignone era un grande pascolo in totale assenza di copertura arborea. Le cronache storiche testimoniano la distruzione del patrimonio verde e ci danno un’idea delle selve che un tempo ricoprivano le montagne alpine e, più nello specifico, le Alpi Retiche in cui ricade il Parco dell’Adamello. Contrariamente a quanto si possa immaginare, il dissesto idrogeologico in quel periodo aveva raggiunto livelli estremi. La montagna, non più protetta dal manto forestale, era preda del dilavamento del suolo e di movimenti franosi e di erosione superficiale, che hanno determinato un sostanziale impoverimento dei soprassuoli con gravi ripercussioni che sono ancora in atto.
A tal proposito appaiono particolarmente significativi i testi tratti dalla serie “Quaderni del Parco” n. 6* Modelli di gestione forestale per il Parco dell’Adamello", qui di seguito riportati:
“Limiti altitudinali della vegetazione nelle Alpi di Stubai e nel gruppo dell'Adamello (Hermann Reishauer, Leipzig, 1904):
(…) Il bosco della sella del Tonale ha fortemente sofferto sotto i colpi dell’ascia dell’uomo. Alcuni resti testimoniano del foltissimo bosco che avvolgeva fino al medioevo la sella della montagna, rendendola inutilizzabile al traffico. Oggi il valico è un altopiano paludoso, quasi senza alberi, sul quale crescono, in modo abbondante, solo gli arbusti contorti. Un'immagine molto triste presentano i boschi delle valli laterali. Per lo più troviamo folti boschi solo agli ingressi, ma più ci si addentra nell’interno delle valli, più i boschi si frazionano. Vene d’acqua, massi caduti e ghiaioni di detriti li penetrano dall’alto e li dividono in numerose lingue.
Al limite del primo gradino di solito termina il bosco più compatto; sul secondo gradino l’occhio scorge solo colonne verticali meno folte e regolati, che segnano l'acclività della zona. Persino nella più lunga valle dell'area, la Valle d’Avio, il secondo gradino della valle presenta solo lingue discontinue di bosco, benché la sua conca sia situata a soli 1584 m. di altitudine. (…) La diffusa discontinuità del bosco è spiegabile a causa della struttura geologica delle porzioni posteriori delle valli, completamente adagiate sulla tonalite. La disgregazione della tonalite è differente dalla disgregazione dell’ardesia: essa si frastaglia, si spacca in grossi detriti e in giganteschi blocchi, che sono spesso grandi come una casa. Questo è l’effetto del gelo, causato dall’acqua che entra nei crepacci. Al piede dei ripidi gradini delle valli e ai bordi delle conche si vedono vere distese di blocchi d’estensione gigantesca, che resistono accanitamente alla disgregazione. Questi hanno mandato in frantumi il bosco, segnando i resti rimasti con le tracce della loro gigantesca forza di caduta. Spesso intere fasce di alberi sono private delle chiome; molti alberi ai lati della montagna hanno perso tutti i rami; la loro corteccia è squarciata e gravemente ferita, il loro aspetto, per la violenza delle valanghe primaverili e delle cadute di massi, piegato e deformato.
A causa del forte dilavamento, l’humus si forma solo in pochi luoghi delle zone superiori, più spesso sugli spuntoni delle imponenti pareti di roccia, che formano come dei gradini. Solo qui i semi, volando all’insù, possono mettere radici, così è spiegabile il fatto che le strisce di bosco e di alberi si interrompono sempre di più man mano che si sale, come pure il fatto che gli alberi crescono solo nelle nicchie e spuntoni della roccia. In alcuni luoghi, tuttavia, è l’uomo che ha eliminato il bosco. Sopra i ghiaioni del Lago d’Avio vediamo ancora alcuni alberi imponenti, ma la maggior parte è stata distrutta dal fuoco. Il boschetto di Pinus cembra e di larici presso Malga Lavedole (Valle d’Avio) è molto disboscato; molti alberi sono privati dei loro rami dalla mano dell’uomo. Lungo il tratto di sentiero che porta al Rifugio Garibaldi ci sono numerosi tronchi d’alberi fino a 75 cm. di diametro, e non pochi di essi portano i segni dell’ascia. Ancora a 2328 m. ho visto nell’anno 1900 alcuni tronchi, resti di un disboscamento. Anche nella Val Paghera il limite della vegetazione arborea si è abbassato a causa dell’intervento dell’uomo. Dirigendosi verso la malga Aviolo si vedono all’altezza di 1924 m. numerosi tronchi, radunati a formare un bosco, tra cui anche alcuni con un diametro di 75 cm.
Anche qui, e lo si vede già ad uno sguardo superficiale, l’ascia ed il fuoco hanno fatto il loro lavoro. Qua e là crescono di nuovo giovani larici, i più grandi dei quali hanno raggiunto l’altezza di 4 – 5 m. (…)”.
“Nella prima metà del 900 le ulteriori nuove necessità dettate dal succedersi di due conflitti mondiali, determinarono un consistente “ritorno” alle forme intensive di sfruttamento del patrimonio boschivo già osservate nel periodo napoleonico; rispetto a quegli anni, tuttavia, si affermò una nuova politica forestale che, accanto al taglio intensivo del bosco, affiancò un’intensa attività di rimboschimento. E' in questi anni che viene definitivamente riconosciuto il valore multifunzionale del bosco attraverso l’introduzione del Vincolo Idrogeologico (R.D. n. 3267 del 30 dicembre 1923);”
Per chi fosse interessato ad approfondimenti è possibile scaricare da questo link la pubblicazione integrale.
E’ stato all’incirca dopo il 1923 che sono iniziate anche in val Camonica e nel territorio che oggi ricade nel Parco, imponenti operazioni di rimboschimento effettuate principalmente con l’abete rosso – Picea excelsa – anche a quote più basse rispetto l’optimum vegetazionale della specie. Tali rimboschimenti avevano sia lo scopo di salvare dall’erosione i versanti montani, ma anche quello di produrre velocemente legname da opera in funzione delle filiere economiche. E’ stata così ricostituita una copertura vegetale a cui si è aggiunto il rimboschimento spontaneo di prati e pascoli abbandonati.
Oggi Carvignone si presenta con una densa copertura forestale, composta per lo più da abete rosso e in misura minore dal larice - Larix decidua - e dalla betulla – Betulla pendula. Altre latifoglie sono presenti là dove la fitta pecceta s’interrompe (ad es. ai margini di un prato o di un incolto, …), in particolare il castagno – Castanea sativa (vedi foto) -, il ciliegio selvatico (vedi foto) – Prunus avium -, il pioppo tremulo – Popolus tremula -, l’orniello – Fraxinus ornus -, il sorbo degli uccellatori – Sorbus aucuparia -, la roverella – Quercus pubescens - e il nocciolo – Corylus avellana.
Il bosco di Carvignone si trova in una zona di transizione fra due tipologie di bosco: quello definito più specificamente montano che va dai 900 ai 1400 metri e quello sub-montano che si trova fra i 600 e i 900 metri. Il “rimescolamento” di specie differenti, che ne potrebbe conseguire con un potenziale di grande ricchezza naturale, era “frenato” sino a pochi anni fa dal dominio assoluto del peccio. L’area individuata dal progetto (si tratta di una particella catastale di proprietà comunale all’interno del più vasto comprensorio forestale racchiuso fra il Rio dei Valzelli e la Valle del Coppo) era caratterizzata da una pecceta molto fitta, quasi asfittica, molto “impoverita”, senza uno strato erbaceo e arbustivo, se non ai margini. Una delle prime fasi del progetto ha previsto di avviare un’operazione di riqualificazione dell’ambiente forestale, consistita principalmente in un intervento di sfoltimento e diradamento (vedi foto) dei soli abeti rossi attuato su un’area di piccole dimensioni (inferiore a un ettaro di superfice).
Questo intervento ha avuto come finalità quella di favorire una rimescolanza delle specie nella fascia altitudinale di cui sopra. Oggi, a soli quattro anni di distanza, è possibile osservare un prepotente ritorno della vegetazione “originaria” composta quasi esclusivamente di alberi, arbusti a foglia caduca e piante erbacee precedentemente inibite dalla copertura dell’abete rosso.
Viste le finalità di osservazione faunistica a cui è destinata l’area di Carvignone, si è inoltre deciso di “aiutare” la ripresa della vegetazione spontanea attraverso la messa a dimora di alcuni arbusti selvatici portatori di bacche (sorbo degli uccellatori, biancospino e prugnolo) funzionali alla presenza di alcune specie di uccelli, soprattutto della famiglia dei Turdidi.
Fra il 2022 e il 2023 gli abeti rossi hanno poi subito un massiccio attacco di bostrico – Ips typographus -che ha letteralmente sconvolto l’assetto vegetazionale delle peccete in tutta l’area. Molti degli abeti rossi, lasciati per mantenere una copertura forestale adeguata, sono purtroppo morti repentinamente anche a Carvignone, proprio nell’area dell’intervento di diradamento. Al fine di accompagnare il ripristino di un equilibrio naturale, il più spontaneo possibile, e di mantenere elevati livelli di biodiversità, abbiamo deciso di lasciare in piedi le piante morte. In questo modo le stesse sono diventate o diventeranno utili per tutta la fauna saproxilica, ovvero per tutti quegli organismi dipendenti, durante qualche fase del loro ciclo vitale, dal legno morto o deperente di alberi morti (in piedi o a terra) o ancora vivi e attaccati da funghi.
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Ciliegio selvatico in fiore
Castagno in fiore
La poetica fioritura del ciliegio selvatico tra Marzo e Aprile
La splendida fioritura del castagno tra Giugno e Settembre

Il Larice e i suoi germogli
I nuovi aghetti primaverili del larice
Funghi che decompongono vecchi tronchi e diradamento della pecceta





Novellame di
Betulla
Piantina di Sorbo degli
uccellatori
Piantina di
Nocciolo
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